domenica 25 gennaio 2009

UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI

Tre ragazzi purtroppo orfani, con delle doti magiche e un ricco patrimonio, vengono affidati ad uno zio avaro e prepotente. la figlia grande "l'inventrice", il secondo "il lettore fervido" e la terza "la roditrice". Riusciranno a scoprire che la morte dei genitori e degli altri tutori non è un caso, e che dietro a questa serie di sfortunati equivici c'è una persona. Un film uscito per Natale che vede eccellere su tutti la figura di Jim Carrey (anche se splendida è il personaggio interpretato da Maryl Streep). Il film si svolge in 4 episodi che sembrano ricalcare i tempi e i modi della fiaba. In una città indefinita, in un tempo vago, 3 bambini (protagonisti) sono vittima di uno zio (antagonista) che cercherà di portar via il loro patrimonio. Ad arricchire questa lineare storia le peripezie, talvolta macchinose, dei ragazzi con continui allontanamenti, infrazioni e lotte contro l'antagonista per poi, solo alla fine, giungere al riconoscimento degli eroi e conseguente punizione dell'antagonista. Da contorno ovviamente gli aiutanti a volte goffi a volte ritardati di entrambo i personaggi (antagonista vs protagonisti). Il film non è particolarmente riuscito, esso è sì simpatico ma solo grazie alla verve e alla bravura di un ottimo Jim Carrey che anima la pellicola. Grande pecca, che neppure il grande attore, così come Meryl Streep, riesce a risolvere è l'inesorabile assenza di ritmo. Voto: 6

sabato 24 gennaio 2009

UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO



Blanche Debois, una donna con qualche anno in più, nelle strade fumose di una fervida New Orleans che cerca disperatamente la casa della sorella Stella, dalla quale andrà a vivere per qualche tempo. L’arrivo della sorella maggiore porterà scompiglio nella coppia Stella - Stanley, un ruvido e iracondo giovane di origini polacche, dal quale aspetta un figlio.
Tra Blanche e Stanley non c’è feeling, lei accusa lui di essere rozzo e non adatto alla sorella, lui rivendica il Codice Napoleonico e perciò l’eredità della moglie (eredità sfumata da Blanche e dalla sua ricerca di lusso sfrenato) che porterà ad un tragico epilogo. Tratto da un dramma in undici scene di Tennessee Williams (messo in scena dallo stesso E. Kazan nel 1947 con gli stessi interpreti principali e Jessica Tandy nella parte di Blanche il film di Kazan è un must del cinema americano.
Il personaggio di Vivian Leigh è costruito alla perfezione, una lucidità incostante segnata dai tragici eventi della sua vita e dalla morte prematura del marito che l’hanno minata dalla base, quello di Stanley che sembra essere cucito su un fantastico Marlon Brando che su ogni centimetro di corpo, abbondantemente scoperto e utilizzato per l’epoca, trasuda mascolinità e ruvidezza. Al centro della pellicola la psicologia dei personaggi, opposti che d’istinto si scontrano e si feriscono nel profondo.
Tutto il film offre spunti di riflessioni interessanti, ma ciò che preferisco è il dialogo finale tra una Blanche distrutta e l’uomo che la condurrà in una casa di cura.
So di mentire spesso: dopotutto il fascino femminile è per metà illusione.
La sincerità è soltanto di coloro che hanno conosciuto il dolore.
Le piacciono i lunghi pomeriggi piovosi di New Orleans?Quando un'ora non è un'ora, ma un frammento d'eternità caduto tra le nostre mani..e non si sa che farsene..
E infine, una su tutte
Chiunque voi siate, ho sempre confidato nella gentilezza degli estranei…
Ovviamente questo film ha ispirato molta della cinematografia attuale, si pensi a “Tutto su mia madre” una citazione esplicita del film di Kazan, ma anche Closer di M. Nichols cita il regista americano proprio nell’elogio allo sconosciuto.
VOTO: 10

sabato 17 gennaio 2009

VOLVER



Tre generazioni di donne si riappropriano del passato sopravvivendo alla follia della vita.
Raimunda (una splendida Penelope Cruz) si allontana dalla provincia della Mancha e va a vivere a Madrid con sua piglia Paula e il compagno Paco. La lussuria di Paco sarà causa del suo omicidio per mano della figliastra Paula. Contemporaneamente a tale episodio la morte improvvisa della zia riporterà Raimunda e sua sorella Sole nella città natale. Da qui in poi nulla sarà come prima, le due sorelle si scontreranno con il proprio passato e con una figura misteriosa che non può fare a meno di tornare (in questo senso il titolo Volver che significa proprio Tornare) per sistemare gli errori commessi “in vita”.
Una storia con donne e di donne. Ancora una volta è il mondo femminile protagonista di Almodovar che costruisce questa storia come fosse una scatola cinese, una matriosca da scartare e continuare a scartare, fino ad arrivare al suo nocciolo e perciò alla sua risoluzione.
La profonda conoscenza del regista del cinema, e soprattutto di quello classico, dei noir classici, appare qui evidente. Questo non può che rendere la pellicola estremamente pregevole e piacevole.
La classicità del genere condito dalla attualità e vitalità del grande regista madrileno che da sempre ha coniugato la perfezione di genere e di stile con la vitalità e freschezza del linguaggio on the road.
Voto: 8

sabato 15 novembre 2008

LES CHORISTES


Siamo nel 1949 un professore di musica, Clement Mathieu, viene assunto come sorvegliante in un istituto di rieducazione per minori. Le regole dell'istituto sono ferree e il direttore non permette a nessun insegnate di applicare metodi educativi differenti dall'assunto AD OGNI AZIONE UNA REAZIONE. Nel film è quasi un ritornello che torna sempre, ripetuto sia dal corpo docente che, quasi per ricordarselo lo intonano spesso e volentieri, sia dai discoli scolari dell'istituto che sanno quale sarà il loro destino.
Ma a sconvolgere questo imperfetto equilibrio arriva il nuovo sorvegliante Clement Mathieu che con il suo amore per la musica (è un musicista fallito con la passione per la composizione di musica) riesce ad APPASSIONARE un banda di disadattati abbandonati dalle proprie famiglie.
Il film si sviluppa tra una "azione-reazione" e un "coro", sgratolando dal basso quella gerarchia voluta tanto dal cattivo direttore dell'istituto. Nel film due sono gli elementi in primissimo piano 1) la musica in grado di appassionare veramente i ragazzi e renderli uniti nella consapevolezza di avere la possibilità di un futuro migliore (prospettiva negata dagli altri docenti dell'istituto),
2) l'ingenuità dei bambini che pur nella loro condizione svantaggiata mantengono la dolcezza e la fanciullezza dei bamibini.
La pellicola guarda sempre al passato, la stessa narrazione ricalca i cliche delle pellicole classiche (la storia inizia con i personaggi già grandi che attraverso la lettura di un diario ripensano al passato) e con la dolcezza e leggerezza narrativa del passato raccontano una storia semplice e convolgente allo stesso tempo.
VOTO: 7,5

domenica 26 ottobre 2008

VICKY CRISTINA BARCELONA




Queste le due locandine dell'ultima fatica del mitico Woody Allen.
Un viaggio a Barcellona cambia la vita di due ragazze: Vicky, estremamente razionale e lucida nella vita ma non davanti ad un suonatore di chitarra spagnolo al cospetto del quale si scioglie e mostra qualche lacrima; e Cristina una ragazza in preda agli amori e alla passione, ma in realtà estremamente lucida e lesta a fuggire prima di una tempesta amorosa.
Poi c'è Barcellona, la città catalana in grado di far innamorare, far pensare e modificare le vite di chi vi vive e alloggia. L'anima di questa città è impersonata dal tenebroso, pazzoide, amatore Javier Bardem che con estrema naturalezza e semplicità propone alle due ragazze di far l'amore con lui. Lo spirito di questo film è un po' tutto in questa naturalezza, in questa trasparenza dei sentimenti e dei legami, pronti ad intrecciarsi svariate volte.
Elemento fondamentale della pellicola è l'amore. Amore con la lettera maiuscola, amore per una donna, amore per due donne, amore per l'arte. C'è libertà sessuale ma mai ostentata o difesa come nuovo valore del nuovo mondo. L'Allen regista segue i suoi personaggi senza difenderli o accusarli. In fondo l'unico solo vero valore che si vuol dimostrare è che non esiste un solo vero amore. Si può sempre amare e c'è sempre amore.
In questo film Allen strizza l'occhio al collega catalano Pedro Almodovar, traendo da quest'ultimo quelli che sono gli argomenti più cari. Sarà forse il vento della Mancha che fa impazzire gli animi o sarà l'arte e la passione che si respira nei vicoli caratteristici così come nei grandi edifici storici, fatto sta che la città plasma i cuori e le menti di chi la vive.
Di sicuro una commedia non "alleniana", ma piegata a quelle che sono le variabili esterne (la città) ma il tocco dell'artigiano, del cultore della macchina, rende il prodotto estremamente godibile e divertente. Insomma questo Allen non convince ma diverte.
VOTO: 7

domenica 19 ottobre 2008

SEX AND THE CITY


E le quattro ragazze scansonate, emancipate, glitterate e alle volte anche un po’ svampite hanno colpito ancora.
Lo recupero con 3 mesi di ritardo, ma non posso non parlare delle mie adorate ragazze.
Per chi non vive a New York e sogna tutto quello shopping e quel via vai l’unica soluzione sono i fantasiosi racconti di Carrie Bradshow.
Parliamo del film. Io l’ho amato, in 2 giorni l’ho visto 3 volte. E adesso forse quei pochi fedelissimi blogger che mi leggono e mi postano ancora si dimenticheranno di me, ma non fa nulla.
Forse di parte, ma provo a parlare del film. Ovviamente tutti i cliché vengono rispettati: matrimonio fissato, matrimonio annullato e….(ovviamente non si svela, anche se ormai chi aveva voglia di vederlo l’avrà già visto) e poi ovviamente tutto condito con le storie parallele delle altre tre co-protagoniste.
Questo film, oltre per dei cambi di vestito favolosi e come sempre eccentrici e singolari, è un susseguirsi di riso, pianto e poi ancora riso e pianto. Le ragazze pur con qualche anno in più non hanno perso la loro vitalità, il loro umorismo e soprattutto la voglia e la capacità di “prendersi in giro”.
Il tema è sempre lo stesso: esiste il vero amore? In fondo è questo l’enigma di tutte le ragazze, di tutto il mondo: esiste il vero amore? E se esistesse davvero dov’è? E quando arriva?
Risposte non ci sono. L’unica vera risposta è che se davvero lo si trova bisogna saperselo tenere stretto e qualche volta saper perdonare. Perché in fondo: chi la dura la vince! (Mi scuso per aver usato questa formula molto politica, però se lo trasportiamo in un campo neutro quale quello amoroso… allora forse diventa più che azzeccato!)
VOTO: 8

venerdì 10 ottobre 2008

IL PAESE DELLE SPOSE INFELICI


Veleno, alias il protagonista di questo romanzo, è figlio di una famiglia medio-borghese della città di Martina Franca, ma le “brutte compagnie” si sa che finiscono per deviare anche i ragazzi provenienti dalle famiglie più per bene. Senza dilungarmi troppo sull’intreccio di questo testo, perché altrimenti toglierei il gusto della lettura, voglio soffermarmi su un aspetto fondamentale della scrittura del giovane scrittore: è riuscito a trasportare in prosa la poeticità e gli elementi più evocativi della poesia.
Sin dalle prime pagine ho trovato con questo romanzo un certo legame, era come se le sue parole avessero “più consistenza”, colore e calore. Esse rinviano ad una idea, che è nitida e nel contempo arricchita di percezioni visive e olfattive. Chiudendo gli occhi e andando al di là delle parole, appaiono chiari i colori e gli odori degli eventi, dei rapporti, dei legami e delle emozioni. Forse questa “recensione” apparirà un po’ strana perché mi ritrovo a parlare per immagini (chi mi conosce sa che questo fa parte del mio modo d’essere), ma quella che mi viene in mente è un fiume impetuoso che scorre e sbatte contro i suoi argini e a momenti di forte movimento seguono quelli di magica quiete. Esso (il fiume) assume un colore un po’ innaturale, di un rosso vermiglio, colore tipico solo dei tramonti delle terre del Sud, e l’aria emana un odore ferroso, di ruggine e lo riesci quasi a sentire in bocca e in alcuni tratti del romanzo da persino fastidio Il personaggio di Veleno è meraviglioso (scusate la banalità), capace di destreggiarsi tra l’Amore più profondo, quello persino idealizzato, e la perversione più marcia e cruda che considera la donna come un oggetto. Il modo di vivere l’Amore di Veleno è molto contemporaneo e allo stesso tempo tradizionale, perché in fondo l’unica cosa che può salvare Veleno dal suo imbarbarimento dei sentimenti è proprio un semplice bacio. Il legame che lega Veleno-Annalisa-Zazà (questo mi riporta alle immagini della pellicola di Truffaut in cui Jules, Jim e Cathrine trascorrevano le loro giornate sapendo di vivere una menage a trois pericolosa e allo stesso tempo “vitale”) è qualcosa di sincero, aulico ed estremamente “pulito”, in un rapporto a tre ritmato e “di vita”, pur se tutto il loro rapporto si fonda e si costruisce su una grande bugia, e la bugia ha un unico volto: Annalisa. Ma nonostante tutto, piuttosto che pensare di poter ricominciare a vivere, è meglio lasciarsi morire nell’ultimo lembo di terra possibile, nell’ultima opportunità di vita concessa: l’incipit alla morte.